Sull’adozione… della Lupa 06 Mag 2020

Dott. Corrado Randazzo

Adozione

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Rubrica per i genitori adottivi
Primo Articolo

“Sull’adozione… della Lupa”

La nascita è un atto che risponde ad un istinto di vita che accomuna tutte le specie viventi ma la crescita di ogni essere vivente, va detto, è frutto di un processo che non si può ridurre esclusivamente alla nascita.
Le prime fasi di accudimento e di cura rivolte al nascituro rientrano all’interno di un processo inscritto tanto nel codice genetico quanto nel patrimonio psichico (transgenerazionale) che si tramanda tra le generazioni di tutte le specie viventi.

Tuttavia l’essere umano sembra distinguersi dalle altre specie viventi per una forma particolare di accudimento che associa all’istinto primordiale di vita, la scelta voluta di accudire, il desiderio personale di accudimento, l’identificarsi col figlio.

Gli uomini, dopo la scelta di avere un figlio, sono chiamati a compiere una seconda scelta, quella di prendersi cura della sua crescita, farsi carico non soltanto di quella parte di se’ proiettata nel figlio da accudire ma anche di una persona nuova, estranea e diversa da se’, definita dal nome del figlio.
La consegna del nome al figlio designa l’atto separativo preannunciato dall’evento della nascita ed il riconoscimento del figlio come altro da se’.

La capacità di passare dal vivere in relazione simbiotica col figlio, quasi confuso con esso o sovrapposti, al sentirsene separato, al sentirlo come altro da se’, consentirà al genitore di incontrare un universo sconosciuto ma da esplorare, il mondo del figlio.

Scegliere di accettare l’estraneità del figlio, rappresenta il vero atto d’amore altruistico che sfugge a quel narcisismo che Freud definì narcisismo secondario (l’amore per se stessi che si maschera da amore per il figlio) e che si rivolge invece al desiderio del figlio.

Quella di accettare e tollerare il segreto del figlio e di amarlo nonostante quel mistero distanziante, forse incolmabile, rappresenta la più grande testimonianza di amore genitoriale.

Il riconoscimento del figlio come persona nuova quindi, e se vogliamo estranea al genitore in quanto differente, pone il rapporto genitore-figlio in termini di scoperta reciproca.
Il genitore è chiamato ad imparare a conoscere il figlio, ad imparare ad amare uno sconosciuto.
Il genitore è chiamato a scegliere l’altro da se’ e ad investire su di esso i propri affetti, è chiamato quindi ad-optare, nel senso di optare per il figlio, a scegliere il figlio.
Il genitore è chiamato quindi non soltanto a procreare ma anche ad adottare.

L’adozione sembra un passaggio necessario che completa una funzione genitoriale che non può esaurirsi nell’atto del procreare per definirsi tale ma che deve estendersi al voler farsi carico della crescita del figlio: a scegliere qualcuno che possa ereditare il proprio “patrimonio”, affettivo, di conoscenze, di esperienza.

 

Il mito di Romolo e Remo

Sull’adozione… della LupaIl mito di Romolo e Remo fa riflettere su quanto l’atto del procreare fine a se stesso si sarebbe rivelato insufficiente a garantire la sopravvivenza dei due neonati. Fu l’adozione a garantire invece la loro sopravvivenza.
Ma in particolare il mito ci consente di pensare al tema della diversità tra genitore è figlio.

Non fu, nel mito, un fac-simile del genitore biologico che servi’ alla sopravvivenza dei piccoli bensì una lupa, una madre non biologica ma dotata di funzione materna.

Il mito di Romolo e Remo è a mio parere il manifesto della pulsione di vita. Mostra quanto la pulsione di vita sia forse la più potente delle forze e quanto basti “poco” ad un neonato per crescere.
L’uso del termine “poco” può sembrare improprio ma in questa riflessione mi limito a descriverne una particolare accezione.

Intendo riferirmi ad un rapporto in cui la genitorialità non debba essere perfetta ne’ programmata sul “dare a più non posso” ma sufficientemente buona, tanto da poter essere presente e niente di più. Mi riferisco ad una relazione madre-bambino in cui la fonte di nutrimento sia lì, in attesa di essere scoperta; che non proponga ne’ si imponga al bambino, ma che sia presente quando questi sente il bisogno di nutrirsi.

Fortunatamente che sia un animale, la lupa di Romolo e Remo, a svolgere la funzione materna mi aiuta a rinforzare il concetto che cerco di attribuire al termine “poco”.
La lupa forse può fare poco, non può dirigere i comportamenti dei figli, non può consigliare, non può imporre ai cuccioli ne se ne quando nutrirsi ma può soltanto offrire loro la propria presenza. Questa presenza non può, neanche volendolo, essere invasiva e non è in grado di anticipare le richieste del bambino, non può sostituirsi al desiderio del figlio.

La madre, presente ma in attesa di essere incontrata, non sostituisce il desiderio del bambino con il proprio ma favorisce in lui l’esperienza della mancanza, un sentirsi solo ma in presenza dell’altro. Il bambino soltanto se da solo sarà libero di rispondere al proprio mondo interno, alla propria esigenza.

La scelta soggettiva e personale del figlio di aggrapparsi alla fonte di nutrimento per cibarsi rappresenta un atto creativo che attesta l’esistenza di una volontà soggettiva, che decreta l’esistenza dell’Io, che pone le basi per lo sviluppo della propria autonomia, nel senso di capacità di soddisfare autonomamente un proprio bisogno.

Se dunque la scelta soggettiva conferisce sicurezza al figlio dobbiamo riflettere su quanto le scelte, in generale suggerite dall’ambiente, possano debilitarlo e ridurne la consapevolezza della sua forza (Prospettiva di autoefficacia o autostima) o peggio, quntopossano farlo dubitare della sanità del proprio desiderio.

Una parte della genitorialità moderna, ad esempio, influenzata da una cultura iperattiva che demonizza il sentimento di mancanza in luogo di un benessere erroneamente associato al “sempre pieno”, suggerisce al bambino cosa prendere, di cosa nutrirsi, con cosa giocare e purtroppo scandisce anche i tempi.
Questo stile educativo iperprotettivo, che riguarda certamente famiglie amorevoli nei confronti del figlio, preclude al bambino la possibilità di vivere un importante momento, quello di superare la paura attraverso un atto creativo.

Il pediatra e psicoanalista D. Winnicott definisce “la capacità del bambino di creare l’oggetto un momento che favorisce l’esperienza del tranquillo benessere: la capacità del bambino di stare da solo”.
La capacità del bambino di stare da solo – dice Winnicott – è frutto della fantasia di poter ricreare la madre pensandola. È per tanto nello stare da solo, anche se in presenza del genitore, che il bambino impara a pensare ed a creare immagini mentali
.

L’immagine della lupa che allatta Romolo e Remo esprime con molta fierezza una cosa su ogni altra: l’importanza della presenza di un materno che abbia il compito di nutrire e di un nido che assolva alla funzione di proteggere. Uno spazio (transizionale) a cavallo tra un mondo interno fatto di affetti ed emozioni ed un mondo esterno fatto di corpo e di stimoli sensoriali.

La sopravvivenza di Romolo e Remo rimanda all’importanza della presenza di una funzione materna capace di attenuare le paure abbandoniche e di isolamento del figlio attraverso un contatto, che sia fisico ed emotivo allo stesso tempo, e di una funzione paterna che assicuri protezione per mezzo di un confine che delimiti quello spazio e lo renda percepibile per i figli.

In altre parole ad essere indispensabile per la sopravvivenza del figlio è la disponibilità di una funzione materna e di una funzione paterna che assolva al compito di adottare.
Che il figlio possa cogliere l’esistenza di questo doppio livello di relazione con il mondo genitoriale, che possa dunque essere adottato, sembra essere più importante del nascere fine a se stesso.

Direi in definitiva di separare i due momenti di vita, quello della nascita e quello della scelta di avere un figlio e di farlo crescere. Questi momenti non rispondono ad un ordine cronologico in quanto la scelta di adoptare un figlio può avvenire prima o anche dopo la nascita.

A volte la procreazione è un atto che scaturisce da un desiderio, a volte un atto voluto, a volte dovuto, altre non pensato ed altre ancora accaduto.
L’adozione del figlio, intendendo per essa la scelta di avere un figlio, invece è sempre un atto voluto.
Questa scelta rievoca una delle immagini che esprimono con grande immediatezza le capacità e la potenza dell’istinto materno, l’allattamento di Romolo e Remo ad opera della lupa.

Dott. Corrado Randazzo
(Psicoterapeuta psicoanalitico del bambino, dell’adolescente e della coppia)


Proseguendo nel percorso di riflessione e di ricerca a sostegno dei genitori e dei figli adottivi la prossima discussione credo sia importante rivolgerla ai motivi della scelta di avere un figlio.
L’atto del diventare genitore, potremmo chiederci, a quale bisogno o desiderio interno risponde?
Perché si “vuole” avere un figlio?

Prossimo articolo
Quando nasce l’idea di adottare e perché”

(Disponibile sul sito www.centroinfanziadolescenza.it da lunedì 25 maggio 2020)

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