attacchi di panico 12 Mag 2021

Dott. Corrado Randazzo

Sintomatologie

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La mente funziona come un computer?

L’attacco di panico ADP – Il termine crash (in inglese incidente) nel gergo informatico indica il blocco o la terminazione improvvisa, non richiesta e inaspettata di un programma in esecuzione (sistema operativo o applicazione), oppure il blocco completo dell’intero computer.

Questo blocco in un computer può verificarsi per effetto di un virus oppure a seguito di un’eccessiva quantità di imput che si sovraccaricano la memoria del pc che di conseguenza non è più in grado di processare.

Il sovraffollamento di informazioni, in certi casi, interrompe il processo di elaborazione dei dati causando il blocco del sistema operativo del computer.

Secondo lo stesso principio, ma riferendoci stavolta al livello psichico, si determina l’attacco di panico ADP.

Ogni stimolo sensoriale attiva un processo di elaborazione, cioè di analisi di quell’input allo scopo di definirne la natura. Ogni input  viene preso in esame dal nostro “sistema operativo”, che si divide in sistema organico e psichico, allo scopo di elaborarlo.

L’elaborazione di un input proveniente dall’esterno può svolgersi al di fuori della consapevolezza della persona, ad esempio attraverso il sistema nervoso, la riflessologia, il sistema immunitario ecc… oppure consapevolmente quando si tratta di pensieri, idee, concetti che siamo in grado di padroneggiare.

Anche la mente funziona, come i computer, secondo il principio di pensabilità ed in funzione del limite di tollerabilità degli stimoli. Quelli che abbiamo definito input sensoriali riferendoci al computer, per la mente umana sono stimoli che hanno la necessità di essere riconosciuti, di prendere forma diventando azione, fisica o psichica (un pensiero).

 

A che serve un attacco di panico?

Quando uno stimolo sensoriale necessita di un corrispettivo psicologico (un pensiero) ma non riesce a a trovarlo, quello stesso stimolo diventa fonte di uno stato emotivo indefinibile, uno stato che gli psicoanalisti definiscono angoscia.

I momenti in cui una persona sente di essere angosciata in effetti corrispondono a momenti in cui allo stesso tempo non riesce a definire il perché. Sembra che all’angoscia non corrisponda mai un pensiero ne’ un’immagine e che la persona non possa pertanto esprimerla in parole, che non riesca quindi a comunicare il proprio stato d’animo.

La permanenza di un vissuto emotivo in stato di ”Indifferenziazione”, cioè di “non definizione” equivale a quel pallino che gira sullo schermo dei nostri pc quando il processo interno non riesce a trovare la pagina desiderata, che comunicherebbe ciò che il computer sta cercando di “dire”.

Questo stato di analisi privo di rappresentazione, questo stato emotivo non comunicabile, di “angoscia senza nome”, rappresenta un vissuto avvertito dalla persona come “perturbante”, disorientante, confusivo.
Ogni persona possiede un limite di sopportazione di un certo stato di angoscia, oltre il quale tende a mettere in atto quei cosiddetti meccanismi di difesa (di ordine psichico), che hanno lo scopo di prevenire uno stato emotivo di disorganizzazione sentito come terrificante.

L’ansia è un esempio di come l’organismo segnala all’individuo un pericolo. Questo stato a volte consente una rappresentazione, cioè la definizione del motivo per cui si è in ansia ma il più delle volte questa rappresentazione deriva da uno spostamento, una formazione sostitutiva. Si tratta di formazioni di compromesso, cause apparenti che non corrispondono alla causa reale che interferisce col processo di elaborazione ma che comunque consentono all’attività cognitiva di proseguire.

Si tratta di quel processo artefice della produzione dei sogni.

I sogni del resto ci consentono di proseguire l’attività di pensiero senza bloccarla  per mezzo di raffigurazioni – formazioni sostitutive – che rappresentano le vere cause del problema anche se non coincidono necessariamente con esse.

Anche le formazioni di copertura rappresentano spesso una valida difesa da un blackout, l’attacco di panico. Quest’ultimo infatti è il frutto della totale assenza di rappresentazioni.

L’attacco di panico (ADP) rappresenta il fallimento del processo di pensabilità e dei meccanismi di difesa dell’Io ed esprime la crisi della raffigurabilità: un terrore che non può essere descritto e che si associa al senso di finire, di morire, ad un’angoscia claustrofobia di non avere scampo.

L’attacco di panico ha le caratteristiche di un salvavita, interviene quando la tensione psichica è insostenibile disattivando ogni collegamento tra psiche e soma.

 

Cosa determina quindi l’avere un attacco di panico o il riuscire a contenerlo?

Il termine contenere è il termine più appropriato per rispondere a questa domanda. In effetti la questione si gioca più che sulla capacità di comprendere sulla funzione di contenimento.

Gli input provenienti dalle relazioni col mondo attivano emozioni, creano connessioni con memorie passate o aspettative future, rievocano, perché no, dei momenti traumatici della nostra vita.

La spontanea tendenza della persona è quella di collocare questi pensieri all’interno di una storia che abbia senso. Questo dipende dalla capacità di comprendere i propri vissuti.

La parola comprendere deriva dal latino e significa prendere insieme. L’etimologia indica il tenere insieme relegando il termine nell’ambito della relazione e prefigurando l’idea di un elaborazione che anche se soggettiva che non possa prescindere dalla relazione con l’oggetto. Questo binomio tra soggetto e oggetto rappresenta un presupposto su cui si fonda la psicoanalisi.

Di contro l’impossibilità di rappresentare, forse a causa della “portata” (qualità traumatica) delle emozioni in gioco, implica una tendenza evacuativa delle stesse emozioni rievocate che consiste ad esempio nel lasciar perdere, nel pensare ad altro, nel buttar fuori. Sto parlando anche in questi casi dei meccanismi di difesa dell’Io, più conosciuti come la negazione, la proiezione, la dissociazione, la scissione e c’è ne sono altre di strategie di evitamento di vissuti “percepiti” come troppo rischiosi…

 

In definitiva cosa ci può consentire di difenderci da quel crash delle emozioni?

Quel crash rappresenta il fallimento di quel sistema operativo che è la nostra mente. Evitare il crash significa poter contenere, sopportare, tollerare, poter comprendere o poter almeno rimanere in attesa di comprendere ciò che ci spaventa davvero.

L’antivirus in questo caso è la capacità di pensare, di trovare un senso, di riconoscere ciò che ci turba, che ci spaventa al punto di terrorizzarci.

Se siamo d’accordo sul fatto che comprendere e quindi elaborare, o anche solo avviare un processo elaborativo, significhi poter contenere l’angoscia, la risposta alla domanda si può sintetizzare in una espressione: accrescere la nostra capacità di pensare.

Questo apparato per pensare (Winnicott) a volte può essere esteso grazie all’aiuto dell’analista, grazie ad una relazione che consenta di raccontarsi, che consenta di esprimersi, di trovare il senso della propria storia e delle proprie paure.

Gli Psicoanalisti hanno proprio questa funzione, quella di consentire lo sviluppo di uno spazio per pensare a favore del paziente.

Ma il primo rapporto di natura psicoanalitica lo stabiliamo con l’ambiente familiare e lo intravediamo nella tendenza dei bambini a fare sempre più domande. Questa tendenza evidente in infanzia segnala proprio quella ricerca di informazioni che accresca lo spazio della pensabilità della mente e riduca le possibilità di non trovare significati che sta alla base degli attacchi d’ansia prima e di panico se l’ansia non è più sostenibile.

Dott. Corrado Randazzo

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