Adozione e genitorialità adottiva

Adozione e genitorialità adottivaLa genitorialità adottiva è una condizione impegnativa e spesso molto faticosa.

 

Attorno ad essa insistono dinamiche complesse che occupano i genitori nel confronto costante con vissuti interni, consci e inconsci, riferiti al lutto della fertilità e all’accettazione della propria sterilità, alla conflittualità riferita al confronto tra il figlio “reale” e quello “immaginario”, alla contestualizzazione nella propria realtà del “fatto adottivo” in riferimento alla complessità dell’inserimento nella comunità familiare, amicale e scolastica del bambino adottato, ai cambiamenti dell’assunto di coppia nel passaggio da coppia genitale a coppia genitoriale.

 

Altresì, nel caso di adozioni internazionali, li impegnano ad affrontare un iter lungo e dispendioso anche da un punto di vista strettamente concreto.

 

Viaggi in paesi molto distanti, prolungati e costosi soggiorni di mesi in località che hanno spesso una cultura differente dalla propria, difficoltà di comunicare in altra lingua, assentarsi dal lavoro e utilizzare di conseguenza il monte ore di ferie e aspettative, sono solo alcune delle problematiche da affrontare.

 

Non ultima una condizione di impotenza e dipendenza dagli Enti deputati all’abbinamento e dai tempi burocratici dei Tribunali dei Minori.

 

Spesso tutto ciò crea una condizione nuova di fragilità e spaccatura nella coppia proprio nel delicato momento in cui è chiamata ad affrontare il compito gravoso quale quello della genitorialità.
Infine, ma non per ultimo, il difficile rapporto con un bambino presso che sconosciuto prima che diventi “un figlio”.

 

L’intervento che si vuole fornire è di sostegno e di approfondimento psicoanalitico, attraverso colloqui di coppia o di gruppo, al fine di aiutare i genitori adottivi ad affrontare il complesso iter dell’ “attesa adottiva” e della “genitorialità adottiva”.

 

Dott.ssa Donatella Lisciotto

 

 “Durante l’adolescenza, i figli adottivi non sono come tutti gli altri, per quanto si faccia finta che invece lo siano.”

Questa affermazione di Winnicott (Pediatra e Psicoanalista Infantile) può sembrare categorica (soprattutto se riferita fuori dal contesto) ma svela in realtà un aspetto importante delle problematiche adottive, costruire una relazione genitori-figli che ha il suo punto d’origine nella diversità, nell’incontro fra vite precedentemente lontane.

Tutto il “lavoro” che i genitori e il bambino portano avanti, fin dal primo momento in cui si incontrano, e naturalmente con livelli di consapevolezza diversi, mira a colmare questa distanza, attraverso i gesti quotidiani che consentano lo stratificarsi di ricordi e vissuti condivisi, la conoscenza reciproca e il reciproco attaccamento affettivo.

 

A rievocare il tema della diversità, nelle famiglie adottive, è la questione del luogo dell’origine. Un luogo lontano da quello dei genitori.

Quando si dice che in adolescenza si riattivano i traumi e i conflitti irrisolti, e tutto ciò che non è stato elaborato nel corso degli anni emerge con forza, assumendo talvolta una portata destabilizzante, si intende proprio sottolineare come l’adolescente adottato, e i suoi genitori, si trovino di fronte al compito specifico di rielaborare e rimaneggiare il problema dell’origine e dunque di un’identità più difficile da costruire.

 

Nella vita quotidiana questa difficoltà si manifesta nell’instabilità dei rapporti genitori-figli. Una relazione che si muove tra il desiderio di diventare autonomi da parte dei figli ed il timore di essere abbandonati.

 

Nelle famiglie adottive possiamo comprendere quanto l’angoscia abbandonica del figlio possa essere amplificata in quanto rievocante i vissuti delle origini e come di conseguenza possa essere amplificata la conflittualità con i genitori per effetto di condotte in realtà dirette all’ambiente.

 

“L’adolescente non desidera in realtà attaccare gli altri ma il proprio corpo, colpevole di risvegliare l’angoscia identitaria del soggetto, il tema delle origini, la profonda paura di essere abbandonato.”

E’ come se durante tutta l’infanzia fosse più facile tenere in sospeso il pensiero della distanza, la macchia cieca di un’origine di cui sia gli uni che gli altri sanno ben poco (o preferiscono non sapere): lo sviluppo pubertario che si pone con forza al centro della scena concretizza questo pensiero, sottolinea le differenze e rende ineludibili interrogativi che possono diventare molto inquietanti.

 

Stiamo riferendoci proprio agli aspetti fisici del mutamento, immediatamente percepibili, che assumono rapidamente un significato psichico profondo. Il turbamento che i cambiamenti portano con sé, il rimaneggiamento della propria immagine da parte dell’adolescente e dell’immagine del figlio da parte dei genitori, richiede un lavoro di elaborazione non sempre tranquillo anche nelle famiglie basate su legami biologici.

Nel caso di famiglie adottive la situazione si carica di interrogativi peculiari, che possono suscitare sentimenti profondi di angoscia e senso di smarrimento.

 

L’adolescente adottato può vivere i cambiamenti del proprio corpo, che preludono ad un’immagine corporea adulta, come elementi che marcano la differenza dai genitori e anche da altri adulti della famiglia allargata e che, nella loro innegabile evidenza, mettono profondamente in discussione il propio senso di appartenenza.

 

Anche sui genitori, d’altra parte, l’emergere e il delinearsi nel ragazzo o nella ragazza di caratteristiche fisiche nelle quali non possono riconoscersi con immediatezza può avere un impatto destabilizzante e accentuare la sensazione di estraneità che anche i genitori biologici si trovano a sperimentare nella relazione con i figli adolescenti.

 

Essere genitori, nell’adozione, è dato solo ed esclusivamente dai reciproci sentimenti di affetto, di conferma, di fiducia, da un legame che riesca ad andare oltre il punto cieco dell’origine, che scavalchi il vuoto di ciò che non c’è stato all’inizio: tuttavia per poter scavalcare questo vuoto è necessario innanzitutto tollerarlo, così come è necessario poter riconoscere e tollerare il dolore del figlio.

 

Può succedere che il bisogno di evitare la propria sofferenza e la difficoltà di elaborare il lutto porti i genitori adottivi ad eludere il buco nero dell’origine e a non riconoscere il dolore del bambino: la relazione si costruisce dunque a partire da quella che potremmo chiamare una tacita intesa collusiva, i cui confini escludono il riconoscimento della differenza e la libera circolazione di interrogativi e di dubbi.

 

La negazione del vuoto dell’origine come momento perduto da parte dei genitori, rappresenta la richiesta tacita della coppia adottiva, di difendersi da un’ angoscia designando il figlio di un significato che non ha….

 

Colpiscono, ad esempio, le narrazioni che le coppie fanno del primo incontro, per alcuni un momento emotivamente molto intenso, che si è inciso nella memoria individuale e in quella della coppia, per altri un ricordo abbastanza confuso e sfuggente, dominato forse dall’ansia di affrontare una situazione sconosciuta, per altri ancora un evento che non sembra aver lasciato una particolare traccia emotiva, come una tappa da dover superare per poter tornare ad una nuova quotidianità.

 

Alcuni ricordano molti aspetti dell’ambiente in cui hanno incontrato il bambino, colori, odori, paesaggi (oggi spesso l’adozione internazionale porta i genitori in luoghi molto lontani e diversi da quello in cui vivono), altri non sembrano aver osservato niente di particolare, per altri i ricordi riguardano soprattutto aspetti sgradevoli, inquietanti, da cui desiderano allontanarsi, insieme al bambino, prima possibile.

 

Tratto dal pensiero del pediatra e psicoanalista inglese D.W. Donald Winnicot

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