La figura del padre 13 Gen 2018

Dott. Corrado Randazzo

Psicoanalisi

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Abbiamo spesso sentito parlare di lotte nel nome della madre patria o della madre terra. La madre generatrice a cui va la riconoscenza, l’eterna gratitudine.

Ma a volte la motivazione ad agire sembra nascere dal desiderio di riconoscimento di un nome. A volte il grido di libertà rivendica il nome, ciò che ci differenzia dall’altro.

Il tema di questo intervento ha per parola chiave la parola Padre. È un occasione per riflettere su come sia importante per la nascita e per la crescita dei figli, oltre la madre, anche il padre e sul perché.

La figura del padre nelle nostre famiglie

È un’occasione per riflettere sull’importanza, per i figli, oltre che della funzione materna, di quella che a tutti gli effetti può essere definita funzione paterna.

Credo sia opportuno mettere in luce un senso, relativamente alla figura del padre, che parta da aspetti psico-dinamici importanti e dai quali la cultura psicoanalitica non può prescindere.

Sarebbe di certo una grave omissione non considerare la figura del padre in chiave edipica ma potremmo concentrarci, nella nostra discussione, su come si manifesti la questione edipica nella vita quotidiana della famiglia.

È utile in tal senso accennare alla differenza tra padre reale, padre immaginario e padre simbolico proposta da Lacan. Anche qui riferendoci a come sia importante il “padre reale” nella vita sociale.

Oggi viviamo in famiglie diverse dalla famiglia tradizionale: famiglie allargate, coppie di fatto, famiglie adottive o famiglie tradizionali in cui i figli raccontano il vissuto di non aver mai avuto un padre, di non aver mai sentito il suo affetto, di non averlo mai conosciuto veramente.

Sembra che si possa sentire che c’è un padre anche quando non è fisicamente presente e che si possa sentire la sua assenza quando invece è fisicamente presente.

L’esistenza del figlio implica una scena primaria, l’unione tra un uomo e una donna, che genera una nuova vita.

Con la nascita, inizia la relazione madre-bambino, una relazione tra due corpi che vivono la fantasia di essere un solo corpo. Il bambino sente il corpo della madre come se fosse il proprio. La madre, anche lei (in condizioni di holding sufficientemente buone), sente il figlio come un’estensione del proprio corpo,  vivendo la fantasia che questo sia parte di se’ ma ancor più che sia l’unico oggetto d’amore su cui investire i propri affetti.

Questo vissuto implica la messa in secondo piano da parte della madre, del padre come primo oggetto d’amore e determina la nascita di una relazione prioritaria alla coppia, la relazione tra madre e figlio.

La relazione primaria tra madre e bambino che viene definita fusionale, o simbiotica, è necessaria per lo sviluppo del bambino ma non determina ancora la sua nascita psichica, non rappresenta il riconoscimento del nome del figlio ma la sua negazione. Il figlio cioè, in questo momento della sua vita, non ha bisogno di un nome per esistere, non ha un’identità propria.

Il processo di individuazione, della nascita cioè di un nuovo individuo, sembra pertanto non poter prescindere da un interruzione della relazione fusionale madre bambino. L’interruzione dell’illusione da parte del figlio, di essere tutt’uno con la madre e della madre che il figlio sia una parte di se’.

Tale momento non può che esprimersi attraverso la percezione, da parte sia della madre che del bambino, di un’area terza, e di conseguenza di un ambiente, altro dalla relazione primaria madre-bambino, che esiste emotivamente. Quest’area è l’area in cui viene designato il terzo, l’estraneo, il padre.

Quello di relazione fusionale madre-figlio, non è un concetto che riguarda esclusivamente il momento della nascita ma l’intera vita della madre e del figlio.

La relazione fusionale rappresenta una relazione di dipendenza del figlio dalla madre e della madre dal figlio che ritroviamo anche nella vita da adulti. Per dipendenza si intende il non poter sentirsi autonomi bensì mancanti di qualcosa, incompleti, angosciati da un senso di vuoto quando sono in gioco momenti separativi “dall’oggetto”, che simboleggiano una distanza tra madre e figlio e che caratterizzano la nostra vita.

Momenti separativi, che corrispondano a vissuti di perdita, sono ad esempio la nascita, lo svezzamento, l’ingresso in età puberale, l’adolescenza è tutti quei momenti in cui un soggetto fa esperienza della perdita della relazione oggettuale in cui si trova.

La possibilità invece di sopravvivere a tale separazione, sembra scaturire pertanto dalla capacità di tollerare la perdita dell’oggetto investito affettivamente.

La stessa minaccia di perdita ad esempio “sentita” da Edipo, per la presenza di un padre sentito come rivale inattaccabile…

Possiamo cominciare a sostenere l’idea che per quanto la funzione materna fornisca al figlio le risorse da cui alimentarsi, la funzione paterna rappresenti ciò che consente al figlio di superare la condizione di “dipendenza assoluta” (cit. D.Winnicott) non soltanto dalla madre ma per estensione, dall’altro più in generale.

La questione centrale si gioca in tal senso sul come sia possibile per la coppia madre-figlio accedere a quest’area terza. In sostanza ad introdurre nella loro relazione il padre.

Possiamo dire che quella paterna sia innanzitutto la funzione di interruzione della diede madre-bambino e della ridefinizione della precoce realtà vissuta dal bambino.

L’intromissione, assolutamente benigna e funzionale, di un terzo, nel vissuto di dipendenza e idealizzante del bambino, la messa in questione della sua onnipotenza, la scoperta del dubbio che la madre sia soltanto e per sempre sua, determina la ridefinizione della diade madre bambino in luogo di una configurazione triangolare.

Da adesso in poi sarebbe bene sostituire la parola bambino con la parola figlio. Il fine è quello di pensare la vita psichica familiare non più come una realtà che si è consolidata in un passato più o meno remoto (la relazione primaria tra madre e bambino) ma come una realtà attuale che nasce e si trasforma istante per istante (nell’hic et nunc – nel qui ed ora) attraverso una dinamica non più duale ma triangolare, costituita da un ambiente materno che genera, dal figlio che cresce e da un terzo, la figura del padre, che rappresenta l’insieme degli stimoli che provengono dal mondo esterno.

La realtà duale madre bambino che esclude il padre può essere immaginata, nella vita adulta, ripensando a tutti quei momenti della nostra vita quotidiana in cui la relazione con l’altro rappresenta qualcosa di imprescindibile.

Quei momenti in cui riusciamo a pensare e sentire i nostri vissuti solo e soltanto attraverso l’altro. Quei momenti in cui un genitore costruisce la fantasia onnipotente di conoscere gli stati d’animo del figlio e viceversa.

Quei momenti in cui il genitore  sente che la propria felicità o la propria stabilità, il proprio senso di equilibrio dipende dal benessere e dell’equilibrio del figlio.

Quei momenti in cui il genitore decide per il figlio ed il figlio vive la sensazione di non poter decidere senza il genitore.

Quei momenti in cui è in scena l’illusione del genitore di poter rivivere la propria vita di figlio  attraverso il proprio figlio.

La relazione di dipendenza tra madre e figlio, fondamentale durante i primi momenti di vita del bambino, per consentirgli di sentire la relazione con l’altro come soddisfacente, nutriente, può diventare pertanto, ad un certo punto della crescita, una relazione ingombrante che impedisce al figlio di vivere liberamente la propria realtà interna, di concedersi di esprimere le proprie emozioni.

Questo passaggio diventa esplicito in adolescenza.

La conquista della propria autonomia, da parte del figlio, e di conseguenza della propria identità, sembra frutto, pertanto, sia della funzione materna, intesa come capacità della madre di essere al tempo stesso contenitiva, tollerante, devota (per utilizzare un termine di Winnicott) sia della funzione paterna, intesa come capacità del padre di essere sentito dal figlio come nuovo oggetto da desiderare, sfuggendo all’illusione di poter vivere per sempre la relazione fusionale/simbiotica con la madre, che rappresenta un percorso confusivo e che può evolvere nello sviluppo patologico.

Questa nuova configurazione determinata da tre vertici, madre-figlio-padre, implica una serie di nuovi vissuti emotivi da parte del figlio.

La scoperta di un “nuovo oggetto d’amore”, il padre, da parte del figlio, è certamente un passaggio strutturante ed evolutivo ma al tempo stesso sconvolgente.

Per discutere sulle precondizioni affinché ciò accada sembra non si possa prescindere (riferendoci a  Lacan) dall’esistenza del padre prima di tutto nella mente della madre. Non si può prescindere quindi dall’esistenza di una coppia antecedente a quella madre-figlio: la coppia genitoriale. I genitori svolgono una finzione strutturante e di sostegno allo sviluppo individuale del figlio nella misura in cui  riescono a non colludere con l’idea di soddisfare le proprie esigenze attraverso i figli.

Il riconoscimento della funzione simbolica del padre in rapporto all’esistenza del Padre reale, costituisce una delle basi fondamentali della clinica psicoanalitica.

E’ importante esaminare i principali momenti che contribuiscono, in questa dialettica, a questa edificazione, senza la quale la funzione paterna resta inadeguata a promuovere la strutturazione psichica del bambino verso una soglia di potenzialità nuove.

La concezione edipica ci permette di comprende il passaggio dal padre reale al padre simbolico e le conseguenze psichiche che ne derivano. Senza questo passaggio non è possibile edificare la figura del padre nella mente del figlio con la conseguenza che la funzione paterna rimane inadeguata a promuovere lo sviluppo psichico del figlio e quindi le sue potenzialità.

Possiamo concepire pertanto quella paterna come la funzione che consenta investimenti differenti rispetto alla madre  di cui è oggetto l’ambiente esterno.

Concepiamo la“problematica paterna” come la successione logica degli investi- menti differenti di cui è oggetto la figura paterna.

Questi investimenti scandiscono la dinamica edipica come altrettante incidenze decisive rispetto alla strutturazione psichica del bambino.

È soprattutto questo l’aspetto della trasformazione  simbolica del padre su cui metteremo l’accento. Sull’importanza della figura del padre simbolico rispetto alla figura del padre reale.

La figura del padre

Lacan sostiene che il bambino è, in effetti, prigioniero di un certo modo di relazione alla madre, rispetto alla quale il padre, come Padre reale, è estraneo.

L’indistinzione fusionale del bambino nei confronti della madre risulta essenzialmente dal fatto che egli si costituisce come il solo oggetto che può colmare il desiderio della madre.

Escluso dal circuito della relazione madre-bambino, il Padre reale non può pertanto pretendere in alcun modo di assumere la sua funzione simbolica.

Tale esclusione simbolica consiste nella relazione della madre non proprio con il figlio inteso non come soggetto indipendente da se’ da amare ma con un figlio sentito come parte di se’ e pertanto investito narcisisticamente, sentito cioè  come unico oggetto del proprio amore.

Se potessimo immaginarle dovremmo pensare a madri eccessivamente apprensive o iper controllanti che escludono “fisicamente” il padre (ad esempio ammonendolo di non intromettersi o accusandolo di non intromettersi abbastanza).

Determinante appare a tal punto la risoluzione della questione edipica.

L’intromissione del padre che si impone alla madre come oggetto d’amore ed al figlio come “legge del padre”, determina si il crollo del sogno della madre e del figlio ma anche l’irruzione di un mondo reale.

Questa posizione implica l’elaborazione della perdita, da parte della madre, del rapporto esclusivo col figlio e, del figlio, del rapporto esclusivo con la madre.

Tornando ad immaginare questa posizione nella vita quotidiana, penso ad un figlio che non potendo più sentire l’amore familiare come totalmente appagante, rivolge il proprio sguardo al mondo extra familiare e lo investe dei propri affetti. Penso al l’adolescente che si innamora.

Per quanto riguarda la questione edipica possiamo dire che minacciato nei suoi investimenti affettivi diretti alla madre, il bambino comincia a sentire impercettibilmente qualcosa che è sempre stata presente: l’incidenza del desiderio della madre nei confronti del padre.

Per quanto scomoda, questa scoperta non può che mobilitare il bambino a percepire il Padre reale sotto una luce sempre più immaginaria.

È dunque essenzialmente in qualità di Padre immaginario, che il bambino percepirà ormai questo avente diritto ingombrante che priva e interdice, secondo le due forme di investimento che contribuiscono a mediare la relazione fusionale del bambino alla madre.

Il padre è sentito come un oggetto rivale nei confronti del desiderio della madre, dal momento che egli appare come altro (eteros) riguardo alla diade fusionale madre-bambino.

Per cogliere il momento cruciale dell’avvento del Padre simbolico è molto esaustivo il  riferimento al gioco del “rocchetto” descritto da Freud, che comprova incontestabilmente l’istituzione del processo di simbolizzazione, la capacità del bambino di pensare alla madre che si allontana.

Tale capacità è raggiunta quando il bambino è in grado di tollerare quella lontananza ma sopratutto è possibile se esiste un padre che crea nella mente del bambino la fantasia che la madre possa essere più vicina al padre che a se’.

Il gioco del rocchetto:

Durante l’osservazione di suo nipote Ernst, 18 mesi , Freud notò una particolare e misteriosa abitudine del piccolo. Il bambino scaraventava lontano da sé in un angolo della stanza, sotto un letto o altrove, tutti i piccoli oggetti di cui riusciva a impadronirsi, e nel fare questo emetteva un “o-o-o” forte e prolungato, accompagnato da un’espressione di interesse e soddisfazione; secondo il giudizio della madre, questo suono non era un’interiezione, ma significava “fort” (“via”).

Giorni dopo Freud riuscì ad osservare il fenomeno in tutta la sua completezza. Il bambino aveva un rocchetto di legno intorno a cui era avvolto del filo e lo gettava con grande abilità oltre la cortina del suo letto in modo da farlo sparire, pronunciando al tempo stesso il suo espressivo “o-o-o”; poi tirava nuovamente il rocchetto fuori dal letto, e salutava la sua ricomparsa con un allegro “da” (“qui”). Questo era dunque il gioco completo, sparizione e riapparizione. L’interpretazione del gioco divenne ovvia per Freud: il  grande risultato di civiltà raggiunto dal bambino, la sua rinuncia al soddisfacimento pulsionale, consisteva nel permettere senza proteste che la madre se ne andasse.

Il rovesciamento simbolico che interviene attraverso il gioco del rocchetto, attesta, in effetti, che nel bambino è avvenuto un certo processo di padronanza: la padronanza dell’assenza della madre. Scacciando la madre e facendola ritornare simbolicamente attraverso il gioco del rocchetto, il bambino si rivela in due attitudini completamente nuove.

Da una parte, in un’attitudine psichica attiva di soggetto, e non più solo nella dimensione passiva d’oggetto del desiderio dell’Altro, com’era accaduto fino a quel momento. Dall’altra, il bambino fa la prova di una autentica rinuncia psichica alla sua identificazione primordiale all’oggetto che colma il desiderio dell’Altro.

Lacan dice:

Il Padre simbolico appare dunque al bambino come Padre castrato- re solo nella misura in cui il bambino lo investe in ugual misura come un Padre donatore nei confronti della madre.

Questa espressione di Lacan sembra illuminante. Sembra intendere che il bambino perde la rivalità col padre, rinunciando alla propria relazione con la madre, grazie al fatto che riconosce il padre in grado di donare alla madre l’amore di cui ha bisogno.

L’oggetto d’amore della madre, un tempo rappresentato dal padre, diventa il bambino al momento della nascita che prende il posto del padre.

Quel posto sembra debba tornare al padre ma affinchè ciò accada, la madre deve riservare quel posto per il padre. Se non accade è il figlio a restare in quel posto, imbrigliato in una posizione limitativa per la propria crescita.

A consentire il superamento dell’Edipo contribuisce pertanto, secondo Lacan, il padre “donatore” che è in grado di donare alla madre ciò di cui ha bisogno, riprendendo il proprio posto. Ma questo passaggio avrà luogo solo se c’è un posto per il padre nei desideri della madre. Il padre può essere sentito dal figlio come donatore, solo se la madre desidera il dono del padre.

Jan Abram recentemente ha tenuto un seminario a Roma in cui ha discusso questo tema introducendo il termine “integrato paterno” e riferendosi al posto del padre nella mente della madre.

Alla luce di quanto detto possiamo pensare a quanto la funzione paterna, che sancisce la separatezza tra madre e figlio e nomina quest’ultimo ad essere un nuovo individuo, sia a sua volta innescata e sancita dalla coppia è più precisamente dalla presenza del padre nella mente della madre come “oggetto paterno integrato”.

Come la Abram, anche Lacan, sostiene che il padre, deve esistere anzitutto nella mente della madre come condizione necessaria alla nascita psichica dei figli e per il  loro sviluppo.

Della propria quota di affetti la madre non investe pertanto solo il nuovo nato ma ne riserva una parte per il padre del figlio.

Riprendendo il tema della non-separatezza madre figlio abbiamo discusso di come implichi una totale condivisione di tutto il mondo interno del figlio compresa la sua parte più intima, i suoi desideri le proprie fantasie legate, in adolescenza, al nuovo corpo.

L’adolescenza

Con l’irruzione dell’adolescenza, e con essa di una serie di vissuti emotivi inevitabilmente legati ad un corpo che diventa sessuato, la stessa continuità, di cui abbiamo detto, determina il corrispettivo opposto in termini di vissuti: ciò che prima era piacere adesso diventa angoscia. Ciò che prima era possibile adesso diventa impossibile.

In adolescenza il fisiologico desiderio del figlio diventa, a causa di un corpo non più innocuo, un vissuto che spaventa il figlio e lo disorienta allo stesso tempo perché proprio la metà di tutti i suoi desideri non può più rimanere tale…

Ne risultano comportamenti oppositori da parte degli adolescenti rivolti inevitabilmente alle figure di attaccamento, i genitori o atteggiamenti aggressivi a volte rivolti all’esterno, altre volte rivolti all’interno ma che è possibile decifrare come in definitiva non siano altri che attacchi al proprio corpo ora colpevole di aver interrotto una condizione di onnipotenza, che rimanda al senso di impotenza e precarietà del l’adolescente stesso.

Esempi di tali attacchi sono: l’insuccesso scolastico l’abbandono scolastico; l’inibizione affettiva o la timidezza; l’uso di sostanze; la distrazione che provoca incidenti; il comportamento non socievole, che potrebbe determinare delle risse, la ricerca del rischio e della trasgressione… Ecc….

La questione centrale riguarda il fatto che l’oggetto d’amore della madre non può rimanere per sempre il bambino. È necessario che avvenga la scoperta da parte della madre che il figlio non possa per sempre rappresentare l’oggetto che soddisfa il proprio desiderio. Affinché ciò sia possibile è pertanto necessario che quel posto (di oggetto del desiderio della madre) sia “ripreso” dal padre.

Ma la precondizione è che esista nella mente della madre il posto per il padre.

Se così non è quel posto diventa un vuoto, un bisogno non soddisfatto, un vuoto da colmare riempito inevitabilmente quanto inconsapevolmente dal figlio….

Questo concetto è così espresso da Lacan:

Afferma Lacan che alla nomina del padre, la madre ha la facoltà di opporre un’altra nomina. Se la madre non ha la minima considerazione per la parola del padre, se essa non si rimette mai, per le proprie decisioni, nelle mani di un uomo, se programma la propria vita e quella del bambino autonomamente, fondandola completamente su quanto le istituzioni, le leggi, le funzioni del “sociale” le garantiscono — se, insomma, non si espone mai al rischio del desiderio dell’Altro —, al posto della nomina del padre subentra il nominare il figlio a una funzione, a un compito, per esempio a prendere una laurea, a diventare un “dottore”, a ottenere, come sostituto del Nome del padre, un titolo accademico o professionale.

“La madre, osserva Lacan, basta generalmente da sola a designarne il progetto, a dettarne la traccia, a indicarne il cammino”, con la conseguenza di far passare il bambino dall’ordine simbolico dell’Edipo a un altro ordine, interamente fondato sulle funzioni del sociale, che Lacan definisce “di ferro” (de fer evoca, notiamolo, d’enfer, d’inferno) 7.

Che il Nome del Padre sia forcluso nel sociale significa che esso sussiste nel figlio in modo virtuale.

Questo momento si esprime con la conseguenza che la possibilità del figlio di accedere all’ alterità, alla separazione, alla rinuncia si virtualizzi  – convogliandosi completamente nei videogames, per esempio, oppure esponendosi a gravi rischi reali che non hanno però alcun valore iniziatico -.

Questi soggetti non hanno mai realmente conosciuto l’Altro, rimangono pertanto interamente assoggettati a una vita pre-organizzata, schiacciati nel reale dei gadgets che l’apparato tecnologico della scienza mette loro a disposizione (gli “utenti” e i “consumatori”), saturando in anticipo tutta la domanda, “parcheggiati”, come si usa dire, in un’eterna adolescenza, dove tutto, a cominciare dai sessi, è virtuale. Rimangono inerti, nell’attesa inconsapevole che la voce di un Padre, finalmente, li nomini: li chiami a desiderare — al di là del mondo “pratico-inerte” delle cose in cui sono installati — Altra cosa.

Il legame sociale fondato sul Nome del Padre ha come accadimento principale che vi sia qualcuno — un Padre — che chiama il soggetto fuori: non solo dal rapporto “diadico”, speculare, con la madre, ma dalla famiglia e più generalmente da tutti i luoghi in cui nidifica e prospera la sua inerzia.

Giunto alle soglie dell’adolescenza, quando deve cominciare a prendere delle decisioni, il soggetto, in ogni ambito sociale, non trova più nessuna voce a chiamarlo per la sua strada, fosse pure per rifiutarla (e sarà sempre la sua strada). Tutte le strade, se mai ve ne sono ancora, gli sono ugualmente, indifferentemente aperte e al tempo stesso sbarrate.

La domanda è se avrà la forza di chiamarsi-fuori tutto da solo… se sarà capace di farsi lui, tutta la legge, per proprio conto..  Se saprà “fare a meno del Nome del Padre a condizione di servirsene”…

Detto quindi che è la madre a determinare le condizioni per l’edificazione del padre simbolico e quindi dell’Edipo, sembra esaustiva la descrizione di Freud del mito dell’orda primitiva per farci un’immagine, certamente metaforica, di come avvenga l’edificazione del padre simbolico espressa da Lacan.

Il mito freudiano del padre primitivo si sostiene principalmente sulla concezione darwiniana di “un padre prepotente, geloso, che tiene per sé tutte le femmine e scaccia i figli via via che crescono. Quest’orda primitiva è dunque, innanzitutto, una banda di fratelli che vivono una tirannia forzata,da parte del padre. Benché esclusi, tuttavia finiscono per costituire una forza sufficiente per contestare il dispotismo paterno. Come osserva Freud, la loro unione gli permette così di “compiere ciò che sarebbe stato impossibile all’individuo singolo”.

Forti della loro baldanza, finiscono per decidere di mettere a morte il tiranno, lo uccidono e lo divorano nel corso di un pasto cannibalesco.

Così prosegue Freud:

Che essi abbiano anche divorato il padre ucciso, è cosa ovvia trattandosi di selvaggi cannibali. Il pro- genitore violento era stato senza dubbio il modello invidiato e temuto da ciascun membro della schiera dei fratelli. A questo punto, nell’atto di divorarlo, essi realizzarono l’identificazione con il padre, ognuno si appropriò di una parte della sua forza.

Freud insiste a lungo sul carattere ambivalente di questa festa cannibalesca:

Basta ipotizzare che la schiera bellicosa dei fratelli riuniti fosse dominata dagli stessi sentimenti contraddittori verso il padre. Essi odiavano il padre, possente ostacolo al loro bisogno di potenza, ma lo amavano e lo ammiravano allo stesso tempo.

Dopo averlo soppresso, aver soddisfatto il loro odio e aver imposto il loro desiderio di identificazione con lui, dovettero farsi sentire i moti di affetto nei suoi confronti fino a quel momento rimasti sopraffatti. Ciò accadde nella forma del rimorso, sorse un senso di colpa che coincide in questo esempio con il rimorso collettivo. Morto, il padre divenne piú forte di quanto fosse stato da vivo, secondo un succedersi di eventi che ravvisiamo ancor oggi nel destino degli uomini. Ciò che prima egli aveva impedito con la sua esistenza, i figli se lo proibirono ora spontaneamente nella situazione psichica dell’ “obbedienza posteriore”, che conosciamo cosí bene attraverso la psicoanalisi. Revocarono il loro atto dichiarando proibita l’uccisione del sostituto paterno, il totem, e rinunciarono ai suoi frutti, interdicendosi le donne che erano diventate disponibili.

Lungi dall’essere un riferimento ad un momento concreto, quello dell’Orda primitiva di Freud, non necessariamente implica l’esperienza di amore della coppia o dell’esistenza del padre reale ma il vissuto appunto di desiderare e di essere desiderati  della coppia stessa e che questo dia origine ad un insieme di limiti (la legge del padre appunto..) al tempo stesso vissuti tanto dolorosi – come quello del figlio che si accorge di non poter trovare gratificazione dalla madre – quanto strutturanti di una nuova personalità. Il figlio che sente di poter perdere gli affetti durante il corso della propria vita e sopravvivere…di non andare in frammenti….

Mi sembra opportuno proporre un’immagine relativa al senso di integrazione e frammentazione che scaturiscono dal rapporto del figlio con la funzione paterna e materna.

Preludio

O me misero e sventurato… Nessun padre a vigilare sui giorni della mia infanzia, nessuna madre che mi abbia benedetto con sorrisi e carezze; e se pure lo avessero fatto, ora tutto il mio passato era una macchia informe, un vuoto cieco nel quale non distinguevo nulla…Non avevo mai visto ancora un essere umano che mi somigliasse, o che volesse un rapporto con me. Che cosa ero? La domanda tornava di nuovo, solo per avere in risposta dei lamenti.

– dal Frankenstein di M.Shelley

Questo frammento rimanda alla terribile presa di coscienza di non avere avuto una madre premurosa che salva il figlio grazie alla sua benevolenza, al suo essere devota… Ma anche all’assenza di un padre che non è in grado di rimediare a tale senso di solitudine, all’angoscia abbandonica.

Questo ci porta a riflettere su quanto la funzione genitoriale sia in grado di colmare e riempire il vuoto della solitudine dei figli, di tenere insieme i loro stati d’animo, di integrarli… Di tenere insieme qualcosa che potrebbe andare in pezzi. I pezzi di cui è fatto Frankestein.

La sofferente creatura rivendica il non avere avuto l’amore di una madre quanto di un padre.

Non è qui in questione la disabilità, ma il senso di precarietà, di insufficenza, di inerzia del figlio in quei momenti della sua crescita in cui sente di essere solo.

Se proviamo ad immedesimarci col figlio, attraverso questo video, forse riusciamo a pensare anche solo lontanamente a quanto un figlio che vive un disagio possa sentirsi distante dagli altri, dai propri coetanei, quanto possa essere difficile per esso non sentirsi diverso…escluso.

Qui è in questione la funzione contenitiva materna se vogliamo( nel video svolta dal padre) di tenere insieme ciò che potrebbe sgretolarsi,crollare, cadere in pezzi.

Ad esempio in adozione i figli portano nascosto dentro di sè il dolore di una perdita, di una separatezza. Più che rispetto ad altri adolescenti rappresentano il figlio che vive un momento difficile, difficile da comprendere, da significare e che inevitabilmente prima o poi rivendicherà quel significato.

Mi sembra opportuno fare riferimento a Winnicott in tal senso ed al pensiero dello psicoanalista inglese, quando scrive sul tema “famiglie adottive e figli adolescenti”

Winnicott afferma:

Durante l’adolescenza, i figli adottivi non sono come tutti gli altri, per quanto si faccia finta che invece lo siano.

questa affermazione di Winnicott (1) può sembrare categorica (soprattutto se riferita fuori dal contesto) ma svela in realtà un aspetto importante delle problematiche adottive, costruire una relazione genitori-figli che ha il suo punto d’origine nella diversità, nell’incontro fra vite precedentemente lontane. Tutto il “lavoro” che i genitori e il bambino portano avanti, fin dal primo momento che si incontrano, e naturalmente con livelli di consapevolezza diversi, mira a colmare questa distanza, attraverso i gesti quotidiani che avvicinano, lo stratificarsi di ricordi e vissuti condivisi, la conoscenza reciproca e il reciproco attaccamento affettivo.

Come dicevamo l’adolescenza rappresenta una nuova nascita. La nascita di una nuova identità. La scoperta di un corpo sessuato che non può più relazionarsi spontaneamente con i genitori.

A rimarcare il problema della diversità, nelle famiglie adottive, è la questione del luogo dell’ origine. Un luogo lontano da quello dei genitori.

Quando si dice che in adolescenza si riattivano i traumi e i conflitti irrisolti, e tutto ciò che non è stato elaborato nel corso degli anni emerge con forza, assumendo talvolta una portata destabilizzante, si intende proprio sottolineare come l’adolescente adottato, e i suoi genitori, si trovino di fronte al compito specifico di rielaborare e rimaneggiare il problema dell’origine e dunque di un’identità più difficile da costruire.

Nella vita quotidiana questa difficoltà si manifesta nell’instabilità dei rapporti genitori-figli. Una relazione che si muove tra il desiderio di diventare autonomi da parte dei figli ed il timore di essere abbandonati.

Nelle famiglie adottive possiamo comprendere quanto l’angoscia abbandonica del figlio possa essere amplificata in quanto rievocante i vissuti delle origini e come di conseguenza possa essere amplificata la conflittualità con i genitori attraverso agiti diretti all’ambiente.

Jammet definisce l’ambiente vissuto dal l’adolescente “spazio psichico allargato” per indicare il fatto che la realtà interna vissuta dallo stesso si estende all’ambiente come se fosse il se’, l’adolescente stesso.

Non possiamo che interpretare in tale ottica, tutti gli attacchi che l’adolescente rivolge al proprio ambiente, intendendo con esso i genitori, la scuola, gli amici, le scelte di vivere il rischio, l’abuso di sostanze, non semplicemente come un atto aggressivo verso gli altri ma verso se stesso.

L’adolescente non attacca gli altri ma il proprio corpo, colpevole di risvegliare l’angoscia identitaria del soggetto, il tema delle origini, la profonda paura di essere abbandonato.

La ricerca dell’autonomia e il bisogno di dipendenza convivono in modo talora lacerante nell’adolescente, e si esprimono nell’instabilità emotiva, accompagnata da espressioni spesso amplificate (di rabbia, tristezza, disgusto, ma anche di gioia, piacere, sorpresa) e nell’imprevedibilità delle reazioni che conoscono bene coloro che, per vari motivi, entrano in contatto con i ragazzi. Una delle caratteristiche dell’adolescente è infatti quella di coinvolgere costantemente l’ambiente nei suoi conflitti interni, in un continuo sovrapporsi di mondo interno e mondo esterno, sollecitando, attraverso le sue proiezioni, la reazione di coloro che gli vivono accanto: è questo lo spazio psichico allargato di cui parla Jeammet, uno spazio in cui il “vissuto” predomina sul “pensato” e l’agito è all’ordine del giorno.

L’agito coinvolge necessariamente il corpo, un corpo che diventa sessuato, sede di cambiamenti non sempre immediatamente accettabili, fonte di sensazioni nuove e inquietanti e di bisogni che non possono più essere soddisfatti all’interno delle antiche relazioni.

Lo sviluppo sessuale, un dato biologico incontrovertibile, che rimanda innanzitutto alla concretezza della corporeità, è al centro delle problematiche adolescenziali: nella relazione adottiva, rimanda in particolare al punto d’origine, alla differenza biologica a partire dalla quale genitori e figli hanno costruito la loro storia e la loro relazione.

E’ come se durante tutta l’infanzia fosse più facile tenere in sospeso il pensiero della distanza, la macchia cieca di un’origine di cui sia gli uni che gli altri sanno ben poco (o preferiscono non sapere): il corpo sessuato che si pone con forza al centro della scena concretizza questo pensiero, sottolinea le differenze e rende ineludibili interrogativi che possono diventare molto inquietanti.

Stiamo riferendoci proprio agli aspetti fisici del mutamento, immediatamente percepibili, che assumono rapidamente un significato psichico profondo. Il turbamento che i cambiamenti portano con sé, il rimaneggiamento della propria immagine da parte dell’adolescente e dell’immagine del figlio da parte dei genitori, richiede un lavoro di elaborazione non sempre tranquillo anche nelle famiglie basate su legami biologici. Nel caso di famiglie adottive la situazione si carica di interrogativi peculiari, che possono suscitare sentimenti profondi di angoscia e senso di smarrimento.

L’adolescente adottato può vivere i cambiamenti del proprio corpo, che preludono ad un’immagine corporea adulta, come elementi che marcano la differenza dai genitori e anche da altri adulti della famiglia allargata e che, nella loro innegabile evidenza, mettono profondamente in discussione il proprio senso di appartenenza.

Anche sui genitori, d’altra parte, l’emergere e il delinearsi nel ragazzo o nella ragazza di caratteristiche fisiche nelle quali non possono riconoscersi con immediatezza può avere un impatto destabilizzante e accentuare la sensazione di estraneità che anche i genitori biologici si trovano a sperimentare nella relazione con i figli adolescenti.

Essere genitori, nell’adozione, è dato solo ed esclusivamente dai reciproci sentimenti di affetto, di conferma, di fiducia, da un legame che riesca ad andare oltre il punto cieco dell’origine, che scavalchi il vuoto di ciò che non c’è stato all’inizio: tuttavia per poter scavalcare questo vuoto è necessario innanzitutto tollerarlo, così come è necessario poter riconoscere e tollerare il dolore del figlio.

Può succedere che il bisogno di evitare la propria sofferenza e la difficoltà di elaborare il lutto porti i genitori adottivi ad eludere il buco nero dell’origine e a non riconoscere il dolore del bambino: la relazione si costruisce dunque a partire da quella che potremmo chiamare una tacita intesa collusiva, i cui confini escludono il riconoscimento della differenza e la libera circolazione di interrogativi e di dubbi.

La negazione del vuoto dell’origine come momento perduto da parte dei genitori, rappresenta la richiesta tacita della coppia adottiva, di difendersi da un’ angoscia designando il figlio di un significato che non ha.

Colpiscono, ad esempio, le narrazioni che le coppie fanno del primo incontro, per alcuni un momento emotivamente molto intenso, che si è inciso nella memoria individuale e in quella della coppia, per altri un ricordo abbastanza confuso e sfuggente, dominato forse dall’ansia di affrontare una situazione sconosciuta, per altri ancora un evento che non sembra aver lasciato una particolare traccia emotiva, come una tappa da dover superare per poter tornare ad una nuova quotidianità. Alcuni ricordano molti aspetti dell’ambiente in cui hanno incontrato il bambino, colori, odori, paesaggi (oggi spesso l’adozione internazionale porta i genitori in luoghi molto lontani e diversi da quello in cui vivono), altri non sembrano aver osservato niente di particolare, per altri i ricordi riguardano soprattutto aspetti sgradevoli, inquietanti, da cui desiderano allontanarsi, insieme al bambino, prima possibile.

Conclusioni

Questa digressione relativa all’adozione spero possa essere intesa nel modo più opportuno e cioè tenendo in considerazione quanto detto relativamente alla funzione genitoriale, materna e paterna.

Se possiamo intendere la funzione paterna quindi come necessaria quanto quella materna, allo sviluppo del figlio, credo possa essere condivisibile quanto in definitiva sia la coppia genitoriale ad essere determinante in quanto ambiente in grado di assolvere al compito di sostenere e riparare.

L’adolescenza come momento critico che riattiva i conflitti, come i traumi separativi a cominciare dallo svezzamento, rappresenta il momento in cui la coppia genitoriale è chiamata ad assolvere alla propria funzione. La funzione di integrazione…. (rif. Frankenstain)

Per assolvere alla propria funzione sembra necessario che esista una coppia simbolica nell’insieme dei vissuti del figlio. Che vi sia una madre che nomini il padre. Che vi sia un padre nella mente della madre.

Il tempo che appartiene alle quote di affetto che la madre ha riservato almeno per una volta per il padre è un tempo attuale, uno spazio terzo, in cui il figlio è in attesa.

Un attesa mai provata. Una distanza tra se e cio’ che sembrava essere il suo stesso se’ (la madre) ma che pian piano per il figlio diventa altro da se’.

La figura del padre, nella mente della madre sancisce pertanto la nascita di nuovi vissuti nel figlio. Il vissuto di essere diverso e distante dalla madre ma anche il vissuto di essere, di esistere come persona nuova, integra….

L’idea del padre, nella mente della madre, sembra dunque essere determinante per la nascita dell’identità del figlio.

In definitiva sembra essere la stabilità della coppia a creare le condizioni affinche il figlio venga nominato ad assumere una identità propria.

Concludo dicendo e sottolineando anzitutto l’importanza del concetto simbolico di coppia come ambiente completo, che possegga le f di base in grado di rispondere alle esigenze dei figli e ribadendo che il riferimento non è all’esistenza fisica della coppia ma simbolica.

La figura del padre nella mente della madre, scongiura pertanto il pericolo di una relazione dalla quale per l’adolescente è impossibile svincolarsi.

Il padre, infrangendo il sogno di una relazione idealizzata della coppia madre-bambino, in cui c’è sempre tutto ciò di cui si ha bisogno, in cui non c’è abbandono, in cui non c’è lutto, in cui non esiste il fallimento, richiama il figlio al mondo esterno nel quale avrà bisogno di un nome per essere riconosciuto, il proprio nome, nel nome del padre…

Dott. Corrado Randazzo
Dott.ssa Fabrizia Strangio

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