Reazioni alla pandemia 17 Apr 2020

Dott. Corrado Randazzo

Psicoanalisi

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Reazioni alla pandemia – L’impatto del Coronanirus sembra rievocare il bioniano cambiamento catastrofico anche per gli psicologi.

Si avverte la paura di perdere tutto ciò che si è costruito. Si vedono traballare i rapporti terapeutici e sullo sfondo aleggia il fantasma della chiusura degli studi professionali in luogo dell’apertura di stanze d’analisi on-line.
Tra gli psicologi si sviluppano riflessioni sulla modifica degli assetti terapeutici.

Alcune posizioni sembrano adombrare l’elemento di rottura e traumatico del momento attuale e percepire aspetti positivi del cambiamento, l’accesso a nuove opportunità.

Trai i positivisti si diffondono diverse idee: che ci siano poche differenze tra il lavoro nella stanza d’analisi ed il lavoro via Skype; che per certi aspetti ci siano migliori condizioni, in termini di maggiore flessibilità dell’incontro; che emergano nuove opportunità, per il fatto di entrare nella stanza del paziente o per una maggior produzione di sogni.

Sembra necessario riflettere sul fatto che il cambiamento con cui siamo portati a familiarizzare sia un cambiamento dal carattere perturbante e traumatico che ci investe probabilmente attivando difese che sembrano portarci a percepire come ancora piena una stanza d’analisi di fatto vuota.

Winnicott sosteneva che a volte il paziente restituisce all’analista ciò che si aspetta di sentire per effetto della fantasia di confortare la depressione materna. Forse in questo momento anche i pazienti potrebbero rispondere difensivamente idealizzando quel vuoto e rivolgendo il proprio conforto all’analista.

 

Un cambiamento inevitabile

Reazioni alla pandemia

Ciò che sembra comunque necessario è una revisione del Setting psicoanalitico.
Non possiamo sapere se le cose continueranno ad andare così e certamente non sappiamo fino a quando. Non sappiamo se questo momento storico, più che un intoppo o una parentesi, rappresenti il prossimo step del nostro percorso evolutivo.

I rapporti tra persone del resto, a partire dalla nascita dell’era tecnologica, si sono diretti subito verso modalità relazionali che limitavano sempre più il contatto con l’altro e che consentivano l’isolamento.

Il cellulare annulla la fila alla cabina telefonica, la videochiamata consente di vedersi senza incontrarsi, il telepass consente di evitare il saluto al casellante, e così le casse automatiche. La condivisione di uno stato sui social consente di non doverlo raccontare, la propria pagina personale presenta più le immagini di un se’ ideale che reale (all’estremo troviamo il falso se’). Adesso Skype consente di incontrarci vestiti in giacca e cravatta sopra e perché no in pigiama sotto.

Dobbiamo riconoscere che il progresso tecnologico ha ridotto le necessità di contatto con l’altro favorendo fantasie di onnipotenza quella di poter vivere senza il corpo dell’altro. Questo d’altro canto, accentua angosce paranoidi e di contagio, e alimenta paure condensate nel sogno di trovare i ladri in casa.

Stavamo correndo verso un’ideale isolamento ad ampie falcate. La chiusura delle frontiere come soluzione di tutti i mali era sbandierata da tempo. L’esclusione del diverso portatore di trauma sembrava il miglior modo per difendersi dal contagio da quel virus/trauma.

Penso anche ai notevoli sviluppi in seno al tema di chirurgia plastica che congela l’invecchiamento e dell’inseminazione artificiale che rimanda al crollo della scena primaria.
Oggi gran parte delle storie d’amore nascono sui social, lontano dagli odori, dalle percezioni sensoriali, dall’abbinamento tra odori e sapori, e luoghi e tempi.

Potremmo chiederci se questa più che una parentesi non sia la strada che abbiamo “scelto” di imboccare e se il futuro possa essere connotato da una vita mentale che non necessiti di contatto fisico con l’altro, in perfetto stile Matrix.

 

Quali nuovi Setting?

Tra i ponti che questo terremoto ha fatto crollare ci sono i Setting psicoterapeutici, e non perché il setting deve avere certe caratteristiche punto e basta ma semplicemente perchè non è più ciò che avevamo promesso al paziente.

I notevoli progressi della psicoanalisi tuttavia nel corso del tempo ed a partire dal padre fondatore, Freud, sono stati strettamente legati alla capacità di autori, che lo hanno seguito, di spingersi oltre i precetti del padre.

Le variazioni di Setting che oggi hanno permesso di estendere il rapporto psicoanalitico ai pazienti gravi, all’’adolescenza, all’ infanzia, alla famiglia sembrano avere avuto il merito di estendere ed ampliare il potere della psicoanalisi.

Oggi, nel tempo dell’epidemia e del contagio, tra le variazioni di Setting si propone come inevitabile il passaggio dalla seduta vis a vis all’incontro virtuale via Skype.

Reazioni alla pandemia

Questa possibilità rende storico di conseguenza anche il momento della psicoanalisi che è chiamata nonostante tutto a difendere i principi cardine su cui si è fondata.

È necessario che le nuove frontiere del trattamento psicoanalitico possano consentire ancora di contenere psicoanaliticamente le macro aree del disagio mentale, espresse nell’angoscia separativa e nell’angoscia di contaminazione, anche in setting in cui si è separati e non c’è rischio di contagio.

È necessario che nonostante tutto il paziente possa ancora sentire di essere preso in cura nel corpo e nella mente.
Non possiamo non considerare che la percezione di un disagio psichico, assume sempre per il paziente carattere di concretezza e materialità.
Non è un caso che il disagio sia ricercato impulsivamente nel corpo.

Il luogo dell’analisi e della cura è per il paziente un luogo concreto e definito ed il terapeuta un oggetto su cui collocare la fantasia di asportare il dolore che si è insinuato nel corpo.
Quando il disagio emotivo, sentito come negativo e debilitante, investe la stanza d’analisi lo fa concretamente, nella sua forma più primordiale e regressiva.

Sarà la sopravvivenza dell’analista, sostiene Bion, a confermare al paziente di non averlo contagiato e questo determinerà la sconfitta del virus.

Sembra adesso doveroso approfondire la ricerca psicoanalitica per ripristinare un setting capace di consentire al paziente, di sentirsi accolto e curato fisicamente, anche se il terapeuta si trova altrove.
Sappiamo che in situazioni più difficili, pazienti gravi, dipendenze, disturbi alimentari, la richiesta di sostegno è portata dal corpo.

Carla De Toffoli, indica nel corpo dell’analista la via regia per l’integrazione dei vissuti del paziente.
Il bambino, dice De Toffoli, costruisce il proprio apparato psichico a partire dalle percezioni sensoriali provenienti dal contatto con il corpo che lo avvolge e lo contiene e così in seduta l’analista grazie alla sua funzione contenitiva, conferisce significato a stimoli fisici che riceve controtransferalmente e fisicamente dal paziente.

 

Limiti in infanzia e adolescenza

Nella psicoanalisi infantile è determinante il contatto fisico con gli oggetti. Il rapporto analitico si impernia sul gioco e sull’uso concreto dei giochi creati nella stanza d’analisi.

Psicoterapia 0-5

Lasciare qualcosa in seduta, prenderne un’altra, ritrovare un pezzo di carta dimenticato, mettere in disordine oggetti e pretendere di ritrovarli esattamente lì la prossima volta, è così che il bambino mette in scena il proprio mondo interno.

In infanzia il luogo della seduta sembra essere determinante. Sappiamo bene quanto è significativo per il bambino il chiedere un bicchiere d’acqua, il versarlo o meno per terra, il chiedere di andare in bagno o meno, il contatto fisico con gli oggetti della stanza…

Come riusciremo a mantenere relazioni psicoanalitiche con i bambini al tempo del Coronavirus?

Reazioni alla pandemia

In adolescenza il rapporto psicoterapeutico richiede una maggiore riservatezza. Che sia certa la distanza dal genitore, che sia preservato il segreto del figlio anche via Skype, in un rapporto che non si limita ad una stanza interna ma si estende ad una stanza esterna, on-line.

Come reagiranno gli adolescenti al sapere che le proprie parole ed i sentimenti più intimi si diffondono e si confondono con le parole ed i segreti di altri mescolandosi in internet e rievocando identità indifferenziate?

Ma il punto che mi sembra più difficile da affrontare è un altro. L’adolescente dichiara più che mai la centralità della propria immagine corporea al terapeuta. Si identifica con essa e pretende che sia la stessa immagine corporea ad essere investita dal terapeuta, ad essere contenuta.

Il corpo, la postura, la fisicità dell’adolescente rappresentano l’oggetto che l’analista è chiamato a contenere.
La domanda è come consentire all’adolescenza di credere che tutto questo sia ancora possibile?

 

Infine

Il contributo psicoanalitico di Winnicott ha avuto un effetto rivoluzionario per aver evidenziato l’imprescindibilita’ di una zona intermedia a cavallo tra il somatico e lo psichico. L’oggetto transizionale è in principio un oggetto concreto, fisicamente riconoscibile dal bambino che col tempo si trasforma in capacità soggettiva e senso di autonomia.

Il tempo del coronavirus ci riporta all’idea di poter ottenere gratificazione al di là della relazione corporea, ognuno nella propria stanza.
La domanda è se e fino a che punto questo può essere contenitivo e se è possibile escludere dal processo psicoanalitico il corpo dell’oggetto, lo sforzo fisico, il sacrificio di arrivare fisicamente in seduta.

La domanda è se sia possibile rinunciare al lavoro nello spazio transizionale che sostiene e da corpo alla seduta, il lavoro che strema fisicamente il corpo ma che determina le sensazioni di poter resistere su cui si struttura il corrispettivo significato simbolico.

La domanda è se il bambino può costruire il proprio apparato per pensare senza dover dare senso a stimoli sensoriali provenienti da un battito che proviene dall’esterno.

Probabilmente per rispondere a tutti questi interrogativi ci sarà bisogno di tempo e forse apprenderemo solo dall’esperienza..

Dott. Corrado Randazzo

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