Inibizione sociale

Inibizione sociale

 

L’inibizione concettualmente indica un indebolimento della sfera relazionale, espresso attraverso la difficoltà di un soggetto a soddisfare i propri bisogni e nei casi più marcati persino a percepirli. Nell’inibizione sociale in un soggetto assume consistenza il “ritiro” emozionale. Il segnale è sentire di poter fare a meno degli altri o ammetterne il bisogno ma non riuscire ugualmente ad avvicinarsi ad essi.

 

Il messaggio di aiuto assume la dimensione di incapacità. È come se dinnanzi ad un potenziale momento di piacere o di soddisfazione si facesse un passo indietro o si dicesse di non averne bisogno; come se di fronte ad un piatto appetitoso dicessimo che non ci piace. Ma potremmo andare oltre: è come se un bambino non si spingesse verso la ricerca di un giocattolo o come se l’adolescente non facesse sogni di gloria.

 

L’inibizione è diffidenza sociale, la svalutazione rivolta verso tutto e tutti. L’inibizione la ritroviamo spesso travestita da disagio giovanile, a volte da abbandono scolastico, a volte da anoressia. L’inibizione è l’impossibilità di soddisfare un proprio bisogno, un proprio desiderio.

 

Le persone che presentano questa modalità relazionale, che forse sarebbe meglio definire modalità poco relazionale, e che potrebbe essere assimilata ad una personalità evitante, sono eccessivamente preoccupate di entrare in contatto con il mondo esterno e spesso adducono le responsabilità a proprie insicurezze, incapacità, paure. I timori, attribuiti agli effetti della relazione con l’altro, sono così intensi che queste persone scelgono spesso di restare sole piuttosto che mettersi in relazione con gli altri. Questo è dovuto al fatto che la relazione con l’altro viene percepità come un’eposizione ad un rischio.

 

L’inibizione sociale, in conflitto con la spontanea tendenza dell’individuo ad entrare in contatto con l’oggetto, a lungo andare può convertirsi in disturbi psichici e fisici (somatizzazioni).

 

Inizialmente, i disagi possono essere avvertiti a livello emotivo:

 

  • Stress

Il bisogno tra il desiderio di raggiungere un determinato obbiettivo e la paura di un probabile fallimento determinano uno stallo, un’apparente immobilità intrisa di senso di frustrazione.

 

  • Sentimenti depressivi

Il conflitto può essere “interpretato” da un soggetto stesso come mancanza di desiderio verso determinati obbiettivi che provocano la rinuncia. Il rinunciare al proprio desiderio fino al punto di non avvertirlo più delinea e consolida il sentimento depressivo (il sentimento depressivo rappresenta l’inibizione dal desiderio).

 

  • Ansia

Quando il desiderio è ancora attivo e l’oggetto è sentito ancora come desiderato, il soggetto in esame può sentirsi in pericolo quando si appresta a raggiungerlo o a volte viene invaso dal senso di colpa anche solo se si rende conto di desiderarlo. Questa condizione genera un senso di ansietà che se eccessivo può convertitisi in Attacco di Panico (DAP).

 

  • Disturbi ossessivi compulsivi (DOC)

Il manifestarsi di condotte ossessive è dovuto alla illusione di poter contenere l’ansia. Quando un vissuto emotivo ci fa sentire in pericolo cerchiamo immediatamente di allontanare l’oggetto che determina quel vissuto. L’inibizione rappresenta una condotta che allontana il soggetto dall’oggetto. Se tuttavia fallisce e continua ad essere avvertita la sensazione di bisogno, il soggetto può essere invaso da un’intensa ansia o precipitare in uno stato confusionale.

I DOC rappresentano delle difese messe in atto dalla psiche per contenere l’esplosione dell’ansia e della confusione e consistono nella “messa a punto” di comportamenti stereotipati, ovvero atteggiamenti ripetitivi governati da idee fisse.

 

  • Fobie

In altri casi lo stato ansioso può essere rappresentato da una fobia. La fobia rappresenta “la scelta” di un oggetto concreto, designata a rappresentare il pericolo percepito. Ovviamente l’oggetto della fobia non è mai la vera causa di un disagio, ma la rappresenta. Tale scelta sostitutiva viene messa in atto a causa dell’incapacità di un soggetto di affrontare un reale vissuto poiché avvertito come troppo disorganizzante o confusivo.

 

Alcuni degli effetti più diffusi dell’inibizione sociale, che indicano di fatto la difficoltà della persona a creare legami extra familiari:

 

  • Tendenza ad evitare le relazioni interpersonali;
  • Estrema timidezza in situazioni sociali, nonostante si senta un forte desiderio di relazioni;
  • Sensazioni di inadeguatezza;
  • Bassa autostima;
  • Diffidenza nei confronti degli altri;
  • Allontanamento emozionale correlato all’intimità;
  • Avere una ipervalutazione di sé;
  • Sensazione di sentirsi inferiore agli altri;
  • Creazione di un mondo di fantasia.

 

 

Criteri diagnostici (DSM-IV TR)

 

Il DSM-IV TR dell’American Psychiatric Association, un manuale largamente utilizzato per la diagnosi dei disturbi mentali, classifica il Disturbo evitante di personalità tra i disturbi di personalità del Cluster C, definendolo come un “quadro pervasivo di inibizione sociale, sentimenti di inadeguatezza, ipersensibilità a valutazioni negative, che compare entro la prima età adulta, ed è presente in una varietà di contesti.

 

 

Cause

 

Qualsiasi modalità relazionale espressa da un individuo, in un determinato momento della propria vita, può essere rappresentata dal continuum tra due poli: il soggetto e l’oggetto. In questo caso ci stiamo occupando di una modalità relazionale caratterizzata da una tendenza, manifestata da un soggetto, ad allontanarsi o restare a distanza da un determinato oggetto del desiderio che può essere anche definito come l’oggetto di cui ha bisogno.

 

Il pediatra e Psicoanalista inglese D. Winnicott, ci mostra, nella sua descrizione della “Situazione Prefissata” (Dalla pediatria alla psicanalisi di D. Winnicott), come sia una tendenza innata di ogni bambino conoscere gli oggetti. Il neonato, della situazione prefissata, che stava in braccio alla madre, veniva presto attratto dall’abbassalingua luccicante, appositamente messo in bella vista sulla scrivania di Winnicott, e si sporgeva per prenderlo e metterlo in bocca.

 

Lo Psicoanalista infantile deduceva come fosse una tendenza innata del soggetto quella di prendere o raggiungere un oggetto e conoscerlo (introiezione e proiezione – da Invidia e gratitudine di M. Klaine). Tale constatazione che scaturiva dalla sua notevole esperienza clinica con i bambini, confortava e sosteneva in un certo senso le teorie di Freud che, spiegando le radici dell’Identificazione, aveva definito “pulsione cannibalica di appropriazione”, quella tendenza innata dell’individuo a prendere l’oggetto e portarlo all’interno del proprio corpo, come se questo significasse ricavarne tutta la sua energia e diventare più forte (L’Io e l’Es – da OPS vol. IX).

 

Alla luce di quanto detto assumiamo come presupposto di base e naturale, la dinamica di rivolgimento del soggetto verso l’oggetto. Va pertanto interpretata come anomala la dinamica inversa secondo cui un soggetto rifiuta l’oggetto.

 

Questa dinamica inversa rappresenta in pieno il fenomeno dell’inibizione sociale di cui ci stiamo occupando. I motivi per cui si possa instaurare nel percorso di crescita di un soggetto una dinamica che di fatto va contro il processo di crescita e di nutrimento, si presta a innumerevoli riflessioni che vanno probabilmente rintracciate nell’ambiente in cui un soggetto nasce e cresce, per cercare di comprendere quali significati possa avere dedotto e come abbia potuto interpretare, all’interno del sistema educativo di appartenenza, la relazione col mondo esterno come minacciosa.

 

Per quanto infatti l’ambiente familiare rappresenti il luogo della sicurezza e del sostentamento per i figli, sembra che a volte dal sistema familiare essi ricevano tacitamente messaggi contraddittori che li collocano in posizioni di diffidenza rispetto al mondo extra-familiare.

 

Segnali di allarme che preannunciano la difficoltà a stabilire legami con il mondo esterno vengono lanciati già dal bambino per tutto il corso della sua infanzia ma spesso non vengono colti dai genitori. A volte il rifiuto ad entrare in contatto con il nuovo, da parte del bambino, viene considerato un elemento positivo, altre volte viene interpretato come timidezza, altre ancora viene considerato buona educazione.

 

E’ necessario per il sistema famiglia sottolineare l’importanza di riflettere a tutto tondo sull’inibizione sociale dei figli. Modalità relazionali difensive e timorose in effetti non possono non essere considerate modalità di adattamento che permettano al figlio di integrarsi e di sopravvivere in un determinato ambiente. Non possiamo trascurare il fatto che nel sistema familiare, che rappresenta l’ambiente primario del bambino, avvenga una sorta di imprinting grazie al quale il bambino impara a conoscere il mondo e costruisce le sue prime teorie infantili su come funzionino le relazioni sociali.

 

Gli effetti di questo adattamento sono rappresentati dai modi con cui la persona stabilisce relazioni sociali. La scoperta della natura della propria inibizione sociale o di espressioni di essa, attiene all’analisi personale di ogni persona e non è possibile generalizzare più di quanto si sia fatto qui per fornire delle informazioni di base rispetto ad un fenomeno sempre più diffuso in particolare tra i giovani adolescenti.

 

Dr. Corrado Randazzo

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